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Dal caso Rachid e dalla proposta di sigillo civico alcune considerazioni sull’immigrazione e sul clamore attorno a una vicenda in verità normale

Nel clamore che si è levato attorno alla storia di Rachid lo spunto per alcune riflessioni: dopo la tragedia, serve un caso per dimostrare che in Italia l’immigrazione non è solo Lampedusa e, forse, per evitare di proporre una soluzione strutturale al problema. Tanto di cappello a Rachid per il suo percorso umano e personale, per la sua tenacia, ma sono centinaia gli studenti stranieri che ogni giorno frequentano le nostre Università e si pagano gli studi.

Prendo atto della proposta, simpatica, simbolica e comprensibile nell’emotività di questi giorni, di consegnare il sigillo civico a Rachid, lo studente marocchino che si è da poco laureato, pagandosi gli studi vendendo accendini e braccialetti fuori dall’Università. La proposta mi dà però l’occasione per qualche riflessione. Mi stupisce, innanzitutto, il clamore attorno al caso di Rachid, un clamore che ravvisa qualcosa di singolare e degno di menzione in qualcosa che singolare non è, ma anzi, è usuale: sono centinaia gli studenti stranieri che frequentano le nostre Università e che si pagano gli studi lavorando, a giornata, con contratti atipici, dando ripetizioni, pagando le tasse. Mi sembra piuttosto che il seguito che tutta la vicenda ha avuto nel mondo politico e dell’informazione, al di là di una naturale e umana simpatia per il valore e l’impegno personale di Rachid, sia frutto di un’ipocrisia istituzionale tutta italiana. All’indomani della tragedia di Lampedusa, sembra quasi che sia necessario trovare un esempio positivo per dimostrare che immigrazione in Italia significa integrazione, significa laurea, significa anche qualcosa di bello ed empatico. Soprattutto, per dare una bella mano di vernice ai veri problemi del Paese: il fatto che Lampedusa è ancora l’ultimo confine dell’Italia anziché l’ultimo confine dell’Europa, la tragedia dei CIE, dove la terribile mancanza di ordine e sicurezza, per tutti, rende invivibili interi quartieri per famiglie e studenti. Per non parlare del caso tutto torinese del MOI, simbolo del fatto che una volta accolte, non siamo in grado di gestire le persone e come risultato mettiamo in crisi relazioni e strutture all’interno di un quartiere già in difficoltà per conto suo.
Su questo dovrebbe interrogarsi la politica, a questo dovrebbe dare risposta, anziché ammantarsi di una patina celebrativa e un po’opportunista che alla fine non serve a nessuno e magari ottiene il risultato di far sentire escluso e ignorato chi da anni, ogni giorno, fa dell’integrazione il suo impegno quotidiano, persone venute da lontano che vivono, studiano, lavorano, cercano in Italia un futuro per se stessi e la propria famiglia e vedono in questo Paese l’avvenire per i loro figli.
Non avevo dubbi che il Ministro Kyenge prendesse a cuore il caso di Rachid, visto che si presta benissimo al suo modello di comparsate giornalistiche e al suo modello di integrazione senza se e senza ma senza entrare nel merito della questione e dei problemi, di cui il MOI è evidenza primaria, con la Bossi-Fini come unico nemico, da abbattere a prescindere da soluzioni concrete per le grandi sfide poste dall’immigrazione.
Da cristiano e da cattolico penso che il valore dell’accoglienza sia realmente una delle principali qualità di una società e di un essere umano: credo che tale principio debba essere reale, non l’ennesima occasione per nascondere se stessi e i problemi dietro un velo di ipocrisia istituzionale.

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